Hong Kong, quello che dovete sapere sulla città senza vescovo da 2 anni

L’isola era una Terra Promessa per i cristiani. Ora è invece diventata il nuovo terreno della contesa tra Pechino e il Vaticano. Tra un’ambasciata fittizia e due suore arrestate

Il 3 gennaio 2019 moriva Michael Yeung, l’ultimo vescovo regolarmente nominato a Hong Kong. E proprio in quell’anno gli eventi hanno iniziato a precipitare nell’ex colonia britannica. Fino alla legge sulla sicurezza nazionale approvata il 30 giugno 2020 dal comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo. Una lunga inchiesta dell’agenzia americana Reuters ha raccontato molte storie inedite, qui raccolte e unite con altri elementi per dare un quadro completo. Nell’isola in cui molte élite – come la governatrice – sono di formazione cattolica, ci sarebbe un’ambasciata fantasma del Vaticano da cui sarebbero state sottratte e imprigionate due suore. Il 31 dicembre è stato inoltre arrestato di nuovo Jimmy Lai: l’editore cattolico dovrà restare in carcere per le due accuse già note: frode e collusione con le potenze straniere.
Non ci avete capito niente? Mettetevi comodi e buona lettura.

Quando Hong Kong era la Terra Promessa – Il primo ottobre 1949 Mao Zedong proclama la nascita della Repubblica Popolare chiudendo le porte a qualunque evangelizzazione in Cina. Il cattolicesimo ha potuto però fiorire a Hong Kong, ancora parte dell’impero britannico. La colonia è così diventata un avamposto di missionari che hanno fondato scuole, ospedali, organizzazioni benefiche e quotidiani. I cattolici a Hong Kong sono diventati 400.000 su 7 milioni e mezzo: il 5 per cento degli abitanti, in proporzione più del triplo di quelli presenti in Israele. Ma l’importanza è anche culturale: la governatrice Carrie Lam e parte della classe dirigente della città sono stati formati nelle scuola cattoliche. E i credenti sono stati influenti durante le proteste per la democrazia.

Il giallo dell’ambasciata vaticana – La Santa Sede non ha nessun nunzio in Cina. E, come ha sottolineato il segretario di Stato Pietro Parolin, l’intesa sulla nomina dei vescovi firmata non ha un valore politico-diplomatico ma solo “pastorale”: quindi nessun ambasciatore è stato inviato ufficialmente da Roma. Ma secondo alcuni diplomatici occidentali sentiti da Reuters la Chiesa ha una missione ufficiosa nel quartiere periferico di Kowloon (vedi la mappa sottostante) dove due monsignori mantengono legami con la Chiesa cinese. Legami ufficiosi e discreti, ovviamente. Fonti vaticane hanno anche riferito all’agenzia americana che il Vaticano sarebbe però pronto a chiudere questa ambasciata nascosta e a spostarla in modo ufficiale a Pechino se la Cina acconsentisse.

Le paure del Dragone – Ma c’è di mezzo il Partito Comunista Cinese che considera il cattolicesimo una minaccia intrinseca anche perché ricorda il ruolo di Giovanni Paolo II e della Chiesa nel crollo dell’Unione Sovietica, in particolare in Polonia. Il Vaticano riconosce inoltre Taiwan, l’isola dove si rifugiarono i nazionalisti cinesi sconfitti nella guerra civile. Essa non viene però riconosciuta da Pechino che vorrebbe annetterla entro il 2049. In questo contesto si inserisce l’accordo per la nomina dei vescovi del 2018, rinnovato nell’ottobre del 2020. Secondo quanto scrive Reuters, esso consentirebbe al governo di proporre i candidati su cui però il Papa ha l’ultima parola. Altro non si sa.

La mossa di Pechino – Hong Kong sarebbe stata tenuta però fuori da questa intesa perché autonoma secondo il principio “un paese due sistemi”, fissato nel 1997 alla restituzione della colonia alla madrepatria. Tuttavia, dopo l’approvazione della legge sulla sicurezza nazionale che ha fortemente ridotto l’autonomia della città, la Cina vuole estendere l’accordo firmato con la Santa Sede anche all’isola avendo così voce in capitolo anche su un tema da cui finora era stata esclusa.

Le suore sequestrate- Ma torniamo all’ambasciata fittizia. A maggio, due suore cinesi che lavoravano lì sarebbero state arrestate dalle autorità di Pechino mentre stavano visitando le loro famiglie nella provincia dell’Hebei (vedi cartina sottostante). Lo scrive l’agenzia che cita tre ecclesiastici. Dopo tre settimane di detenzione immotivata, le quarantenni sarebbero state rilasciate senza però poter tornare nell’ex colonia. Intanto, secondo alcuni diplomatici occidentali, gli agenti della sicurezza di Pechino hanno aumentato la sorveglianza sulla missione del Vaticano.

Fonti vaticane: “Pechino è insoddisfatta” Uno dei preti che ha raccontato questa vicenda ha anche aggiunto che “è molto insolito che le suore vengano imprigionate”. Il Ministro degli Esteri Cinese nega però che il Vaticano abbia un’ambasciata ad Hong Kong e non risponde alle domande sull’accaduto. Fonti vaticane leggono però questa mossa come un segnale di insoddisfazione di Pechino per la presenza della missione.

Alla ricerca del vescovo – I vescovi di Hong Kong dal 1997, anno della restituzione, sono stati tre: Joseph Zen (dal 2002 al 2009), John Tong Hon (dal 2009 al 2017) e Michael Yeung. Zen ha sostenuto la democrazia e i diritti civili. Tong è invece meno polemico verso Pechino e quando nel 2019 è tornato in carica per sostituire Yeung, morto il 3 gennaio, ha sostenuto apertamente l’accordo sui vescovi. I critici sottolineano che è troppo flessibile verso Pechino mentre i suoi sostenitori evidenziano che sta provando ad “allontanare il lupo dalla porta”. “É spalle al muro e sta cercando di salvare il suo gregge sotto questa forte pressione”, ha detto un prete a Reuters. Non tutti infatti ritengono lo scontro con Xi Jinping la via migliore. Ad esempio, lo storico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore Agostino Giovagnoli ha scritto che “il futuro di Hong Kong è la Cina non l’Occidente”.

La lotta per le investiture – Una Chiesa così spaccata al suo interno si appresta a concludere il secondo anno senza un vescovo. Pechino starebbe appoggiando padre Peter Choy (61 anni) che ha tenuto un profilo basso durante le proteste. Atteggiamento diverso da quello dell’altro candidato Joseph Ha, francescano e più attivo nel mediare tra polizia e manifestanti. Il cardinale Joseph Zen sostiene che la Chiesa “abbia paura di irritare o di fare un dispiacere al governo” cinese nominando un vescovo sgradito.

L’autore dell’inchiesta vive ad Hong Kong

Una lotta tra cattolici – Ma il confine non è netto: coinvolge molti cattolici da una parte e dall’altra. Tra quelli schierati con Pechino c’è la governatrice Carrie Lam che ha fatto sapere di rifiutare “ogni tentativo di politicizzare la sua fede” che “dovrebbe rimanere una faccenda privata”. Come lei sono battezzati anche altri membri della classe dirigente cittadina. Dall’altro lato della barricata, c’è Martin Lee che ha fondato il più grande partito per la democrazia dell’isola. Oltre ad Agnes Chow e all’editore Jimmy Lai.

Jimmy Lai all’uscita dal tribunale il 31 dicembre

Jimmy Lai torna in carcere – Proprio Lai dovrà tornare in carcere in attesa del processo. Lo ha deciso il 31 dicembre la Corte suprema di Hong Kong che ha accolto le richieste dell’accusa di negarli la libertà su cauzione concessagli in primo grado. Lai è il fondatore di Next Digital, il gruppo che pubblica il tabloid Apple Daily. É accusato di collusione con forze straniere secondo i dettami della legge sulla sicurezza nazionale e di frode.

CITAZIONE DEL GIORNO:

Nella caduta del muro di Berlino papa Giovanni Paolo II ebbe un ruolo decisivo.

Papa Francesco

Hong Kong, Jimmy Lai ai domiciliari. Ma Francesco nel messaggio di Natale non cita la Cina tra le crisi mondiali

L’editore cattolico è uscito dal carcere con una cauzione. Ma il Papa nella benedizione non ha parlato né dell’ex colonia né del “genocidio demografico” degli uiguri

L’editore e dissidente cattolico di Hong Kong Jimmy Lai è stato messo agli arresti domiciliari dopo aver pagato una cauzione di circa un milione di euro. Come a Pasqua -quando venne assolto in Australia il cardinale George Pell (qui trovate tutti i segreti dei suoi quaderni dal carcere) – anche a Natale la Chiesa può celebrare una liberazione. Anche se su Lai pendono ancora le accuse di frode e di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale che dal 1° luglio ha di fatto cancellato l’autonomia dell’ex colonia britannica. Ma Papa Francesco continua il suo silenzio stampa quasi assoluto sulla Cina dopo aver firmato nel 2018 (e rinnovato ad ottobre) un accordo segreto sulla nomina dei vescovi. Il Pontefice ha infatti citato tutte le situazioni di crisi nel mondo durante la benedizione natalizia Urbi et Orbi (alla città e al mondo). Ma nel capitolo dedicato all’Asia viene ignorata la situazione degli uiguri, il popolo musulmano che nella regione dello Xinjiang (nord-ovest della Cina) viene rinchiuso in campi di detenzione per subire una rieducazione e un “genocidio demografico”. A maggior ragione Francesco non ha citato la situazione di Hong Kong dove la situazione è certamente pacificata, ma sotto il pugno di ferro della nazione guidata da Xi Jinping.

Le parole sull’Asia. Un’altra crisi non citata è quella bielorussa. Alla fine di questo c’è scritto perché

Jimmy Lai esce dal carcere – Come riporta AsiaNews, l’imprenditore ed editore di Hong Kong ha ottenuto la libertà su cauzione mercoledì 23 dicembre. Era stato incarcerato ed incriminato ad inizio dicembre ponendo una serie di problemi alla politica estera della Santa Sede, come avevo spiegato qui. La misura di scarcerazione è però stata impugnata dalla procura: la Corte di appello potrebbe quindi ribaltare la decisione e ordinare il ritorno di Lai in prigione. All’udienza era presente anche il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong. Il quasi 89enne oppositore di Pechino è stato infatti finanziato da Lai con 20 milioni di dollari di Hong Kong.

Cosa (non) è libero di fare – L’Alta corte dell’ex colonia britannica ha accettato il suo pagamento di 10 milioni di dollari di Hong Kong (circa un milione di euro). Ad una condizione: Lai deve essere confinato nella sua abitazione e deve presentarsi tre volte a settimana al comando di polizia del suo quartiere. Il 73enne proprietario del quotidiano Apple Daily dovrà anche consegnare i documenti di viaggio e non potrà usare i social media. Non potrà inoltre rilasciare interviste, fare dichiarazioni pubbliche o incontrare personalità politiche e diplomatiche straniere.

CITAZIONE DEL GIORNO

E si deve considerare che non c’è cosa più difficile da trattare, né più incerta nel suo esito, né più pericolosa da maneggiare, che essere l’autore dell’introduzione di nuovi ordinamenti. Perché costui ha per nemici quelli che giovano degli ordini vecchi ed ha solo per tiepidi difensori tutti quelli che beneficerebbero della nuova condizione. Questa tiepidezza nasce in parte dalla paura degli avversari, che hanno le leggi a loro sostegno, e in parte dalla incredulità degli uomini che non credono nelle novità se non ne vedono i primi forti segnali.

Niccolò Machiavelli

Hong Kong, incriminato l’oppositore cattolico Jimmy Lai: rischia l’ergastolo. Cosa farà il Vaticano?

Sono stati imprigionati anche Agnes Chow (24 anni) che è cattolica e Joshua Wong (24, cristiano evangelico). È solo un problema politico o può rimettere in discussione l’accordo appena rinnovato per la nomina dei vescovi?

Sabato 12 è stato ufficialmente incriminato per “collusione con lo straniero” Jimmy Lai, editore e attivista democratico di Hong Kong, l’ex colonia britannica da qualche mese oggetto di una stretta da parte del regime cinese. Lai rischia l’ergastolo ed è accusato anche di frode. Accusa in seguito alla quale era stato arrestato mercoledì 2 dicembre. Giovedì 3 sono stati invece condannati Joshua Wong, Agnes Chow e Ivan Lam per le assemblee non autorizzate di protesta fuori dal quartier generale della polizia nel giugno 2019. Cosa c’entra tutto questo con il cristianesimo? Lai e Chow sono cristiani cattolici. Mentre Joshua Wong è un cristiano evangelico. E ciò pone una serie di problemi anche a papa Francesco che ha rinnovato il suo accordo segreto con il regime per le nomine dei vescovi.

Chi sono i protagonisti cristiani
Jimmy Lai, 72 anni, è editore di Apple Daily, il tabloid più letto di Hong Kong. Lai era stato arrestato ad agosto con l’accusa di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale che ha di fatto cambiato la condizione di relativa autonomia dell’ex colonia britannica. Era già stato arrestato ad agosto dopo una perquisizione di 200 agenti per la presunta violazione della nuova legge sulla sicurezza nazionale. Ora è stato formalmente incriminato per questa accusa e la sua richiesta di uscire su cauzione è stata respinta. Invece adesso è accusato anche di frode e dovrà attendere la prima udienza del processo fissata ad aprile 2021.
Agnes Chow, 24 anni, è tra i dirigenti del movimento politico Demosisto. Ha condiviso il primo arresto con Joshua Wong e ha raccontato di essere stata costretta a togliersi alcuni vestiti. Ora è stata condannata il 2 dicembre, il giorno prima del suo compleanno, a 10 mesi di carcere assieme al leader delle proteste Wong che dovrà invece restare recluso invece per 13 mesi. Prende il nome da una martire della Chiesa dei primi secoli.
Joshua Wong, 24 anni anche lui, è il più noto dei tre attivisti sin dalla rivoluzione degli ombrelli nel 2014. Il ragazzo che si chiama come Giosuè ha deciso di rimanere ad Hong Kong nonostante Regno Unito, Canada e Australia si siano resi disponibili per accogliere profughi dall’ex colonia britannica.

Solo oppressione politica? – Il settimanale cattolico The Tablet si è chiesto in un lungo articolo se la stretta ad Hong Kong possa essere considerata una “persecuzione anticristiana”? Ad un primo sguardo, scrivono i colleghi inglesi, il tema è ovviamente politico. Anche perché la stessa governatrice di Hong Kong Carrie Lam è cattolica e, come riporta il Sydney Morning Herald, ha rinunciato ad aderire al Partito Comunista per questo.

C’è anche una “persecuzione anticristiana”? – D’altro canto Joshua Wong è stato esplicito nell’evidenziare come la fede motivi il suo attivismo. Anche il sinologo Antonio Talia ha parlato a “Nessun luogo è lontano” (ascoltate gli ultimi 10 minuti) dell’influenza del martirio cristiano su questi manifestanti. Peraltro Jimmy Lai, il più vecchio dei tre, ha finanziato con tre miliardi di dollari l’ex arcivescovo Joseph Zen e ha anche sostenuto dopo essersi convertito negli anni Novanta la Chiesa sotterranea fedele al papa. Scrive The Tablet a questo proposito:

Cosa è una persecuzione religiosa? Forse non dovremmo concentrarci così tanto sulle motivazioni dei persecutori ma su quelle dei perseguitati.

Oscar Romero e il martirio cristiano – La rivista cita l’esempio di Oscar Romero, arcivescovo di El Salvador e oppositore del regime militare. Romero fu ucciso nel 1980 mentre stava celebrando la Messa. The Tablet sottolinea che “c’è una buona possibilità” che il suo assassino “fosse un cattolico praticante”. Ciò che ha messo in pericolo Romero è stata proprio la sua “profonda fede religiosa” ed è per questo che è stato canonizzato nel 2017 da papa Francesco. Il papa stesso – continua la rivista – “ha pubblicato un emendamento al processo di canonizzazione, creando una nuova fattispecie (che non è però considerata martirio, ndr) per i candidati che sacrificano le loro vite per gli altri. Essa non richiede che il rischio per la vita sia causato dall’odio religioso ma solo che il sacrificio sia modellato dalla fede“. The Tablet si chiede quindi “cosa stiano sperimentando in prigione Wong, Chow con gli altri e cosa si suppone li stia sostenendo in questa prova”.

Se la risposta a queste domande è, almeno in parte, legata alla loro fede cristiana, allora forse questa dovrebbe essere considerata una persecuzione anti-cristiana dopo tutto.

Il dialogo con i dittatori paga? Le riflessioni della rivista pongono alcuni problemi. Fin qui Francesco ha fatto trapelare la sua preoccupazione per la situazione di Hong Kong solo durante l’Angelus del 5 luglio quando diffuse alla stampa un testo che la citava salvo poi non pronunciarlo affacciato dalla finestra di piazza San Pietro.
La Chiesa ha sempre dialogato con ogni regime per difendere i cristiani. Basti pensare al dialogo di Benedetto XV con il sultano durante il genocidio degli armeni o al Concordato di Pio XII con Adolf Hitler. Anche papa Francesco ha dialogato con Lukashenko in Bielorussia durante la repressione delle manifestazioni per la democrazia. Il dialogo è più difficile da sostenere però quando è stato firmato un accordo segreto sulla nomina dei vescovi con un regime che – contemporaneamente – imprigiona dei cristiani cattolici. Anche se non lo fa “ufficialmente” per odio verso la fede cristiana.