Dalla piscina di Giovanni Paolo II all’addio del “pellegrino” Benedetto XVI, che fine ha fatto Castel Gandolfo?

Sequestrata dai Papi 500 anni fa, la residenza è entrata nei libri di storia il 28 febbraio 2013. Oggi si può visitare per volere di Francesco

Sequestrata 500 anni fa ad una nobile famiglia romana e restituita da cinque all’umanità. Questa la lunga marcia della residenza papale di Castel Gandolfo, immersa tra i Castelli Romani a sud della Capitale. Il Vaticano acquisì l’area nel 1596 dai Savelli che non erano riusciti ad onorare i loro debiti nei confronti della Chiesa. Fu un’altra nobile famiglia romana – i Barberini – a costruire il Palazzo Apostolico. In particolare, Papa Urbano VIII vi soggiornò nel 1626, poco prima della fine dei lavori. Urbano VIII che è ricordato per aver consacrato la nuova basilica di San Pietro ma anche disprezzato dai romani più insolenti con lo slogan “Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini” (traduzione: ciò che non hanno fatto i barbari, lo hanno fatto i Barberini). Dopo Maffeo Vincenzo Barberini, Castel Gandolfo ha continuato la sua lunga tradizione dando riposo ai potenti della Terra: sede della villa romana dell’imperatore Domiziano, ha ospitato la piscina di Papa Giovanni Paolo II.

“Grazie e buona notte!” – Dopo il Papa polacco, Benedetto XVI ha fatto entrare Castel Gandolfo nei libri di storia. La sera del 28 febbraio 2013 Joseph Ratzinger si affacciò in Piazza della Libertà per la sua ultima apparizione pubblica da pontefice. Prima di benedire i fedeli, pronunciò queste parole a braccio: “Voi sapete che questo giorno mio è diverso da quelli precedenti: dopo le otto di sera non sarò più pontefice sommo della Chiesa Cattolica. Sono semplicemente un pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa Terra (…) Grazie a voi tutti, buona notte”.

“Le vacanze? Dormire e pregare” – Un saluto che rimanda idealmente a quel “Fratelli e sorelle, buonasera!” con cui Papa Francesco si presentò alla città di Roma il 13 marzo 2013. Dieci giorni dopo, Bergoglio si recò nei Castelli Romani per lo storico incontro con il suo predecessore. Ma poi ha interrotto la tradizione dei pontefici a Castel Gandolfo, importando in Vaticano la routine che aveva già da arcivescovo di Buenos Aires: non andare in vacanza. Il vaticanista Marco Politi ha raccontato che Bergoglio rispose così a chi gli consigliava di spostarsi e riposare per qualche giorno in Argentina: “E adesso andate un po’ tutti al diavolo”. Francesco dal 4 agosto ha ripreso le udienze generali del mercoledì anche perché per lui vacanza significa solamente “cambiare un po’ i ritmi, dormire di più, leggere le cose che mi piacciono e soprattutto pregare di più”.

Papa Francesco tornando dalla Corea del Sud racconta perché non va in vacanza

Morte e vita in una stanza – Se avesse scelto di recarsi a Castel Gandolfo, il Papa avrebbe potuto dedicarsi al dialogo con Dio in una cappella privata. Non una novità, del resto: per esempio, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ne ha una nel Seminario di Venegono Inferiore (Varese), dove è stato avvisato di recente in vacanza. La novità a Castel Gandolfo è invece data dalla possibilità di visitare la stanza privata del Papa per decisione di Francesco che nel 2016 ha aperto il suo appartamento ai visitatori. Che possono vedere il letto dove sono morti Pio XII e Paolo VI. Nelle stesse stanze (o addirittura nella stessa stanza) diverse donne ebree hanno partorito in segreto 40 bambini durante l’occupazione nazista della Seconda Guerra Mondiale. Che dire? Non resta che correre nei colli albani. I biglietti si possono comprare qui.

“Renzo era di quelli che si stancano più a star senza far nulla, che a lavorare”.

— Alessandro Manzoni

Nuovi preti nella diocesi di Milano, ecco i 10 decanati più fertili nell’ultimo decennio

Sul podio Primaluna, Oggiono (nella zona pastorale di Lecco) e Busto Arsizio (Rho). Melegnano unica zona pastorale senza decanati nella top ten. Mentre un sacerdote su due viene da Lecco, Varese e Monza

178 sacerdoti. In una diocesi di quasi sei milioni di abitanti. Questo il numero dei preti usciti dal seminario arcivescovile di Venegono Inferiore negli ultimi dieci anni, 2021 incluso. Numeri frutto di un massimo di 26 sacerdoti nel 2016 e di un minimo di 9 nel 2017.
Da dove vengono questi presbiteri? In termini assoluti, uno su due dalle zone pastorali di Lecco, Varese e Monza. Che sono anche le tre aree più “fertili” per la Chiesa diocesana in rapporto alla popolazione. A seguire Rho e (molto più staccate) Melegnano, Sesto San Giovanni e Milano. I decanati con più preti per cittadini sono nella zona pastorale di Lecco (Primaluna e Oggiono), seguiti da quello di Busto Arsizio (Rho) e di Carate Brianza (Monza). Sono invece otto su 51 (il 16%) quelli da cui non è uscito alcun sacerdote negli ultimi dieci anni. Tre di questi sono sopra i 50.000 residenti: Cernusco sul Naviglio (Sesto San Giovanni), Melegnano e Treviglio (entrambi nella zona pastorale di Melegnano).

Come leggere i dati – A proposito di decanati, quelli milanesi non sono organizzati seguendo la suddivisione civica in quartieri o municipi: è così impossibile calcolare il numero di sacerdoti per abitanti. Ma i numeri totali del capoluogo lombardo non sono alti: sarebbe quindi difficile che qualche decanato milanese entrasse nella top ten. Nella flop ten invece, gli otto decanati senza preti sono ordinati a seconda del numero di residenti (aggiornati a gennaio 2021 secondo i dati ISTAT). Ultime due note: le parrocchie di origine dei sacerdoti sono quelle fornite dal seminario arcivescovile. E l’elenco include solamente i presbiteri che sono originari della diocesi e hanno studiato a Venegono Inferiore. Restano così esclusi gli ordini religiosi.

Sul podio Lecco, Varese e Monza – Sono quattro le zone pastorali con un sacerdote ogni poco meno di 20.000 residenti. Primeggia quella di Lecco che è anche la meno popolosa (poco meno di 400.000 abitanti). Un risultato che stupisce il rettore del seminario don Enrico Castagna: “Di primo acchito, mi pareva che la zona da cui provengo fosse più interessata delle altre da una diminuzione”. Subito a seguire Varese (30 preti) e Monza (39). Poi, la zona pastorale di Rho (40 sacerdoti, il massimo in numeri assoluti): “Ho sempre percepito che la zona quattro, e in particolare la città di Busto Arsizio, ha sempre prodotto vocazioni per il ministero presbiterale. Ci sono infatti realtà oratoriane molto vivaci”.

La classifica delle zone pastorali. Dall’alto verso il basso le più prodighe di nuovi preti

Ultima Milano – Il terzetto di coda – Melegnano, Sesto San Giovanni e Milano – conta invece un presbitero ogni poco più di 50.000 residenti. Tutte località vicine al capoluogo lombardo: “È immaginabile che la secolarizzazione sia più avanzata nella grande metropoli”, spiega ancora don Castagna. Che cita un sondaggio realizzato ai tempi del cardinal Dionigi Tettamanzi: “Nella Brianza i praticanti erano il 25% della popolazione, a Milano il 10”.

Decanati, nessuno di Melegnano nella top ten – Il podio è egemonizzato dalla zona pastorale di Lecco in cui primeggia il decanato di Primaluna grazie ai preti provenienti da due comuni sotto i 2.000 residenti: Barzio e Introbio. Argento per il gruppo di parrocchie attorno a Oggiono, bronzo per Busto Arsizio (zona di Rho). Sono poi cinque i gruppi di parrocchie che restano sopra i 10.000 ma sotto i 15.000 cittadini per sacerdote. Si parte da Carate Brianza di cui fa parte Giussano, località in cui don Castagna è stato vicario (viceparroco): “Lì si respira ancora una popolarità della fede e della Chiesa. Tutti chiedono i sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Comunione, Confermazione) e gli oratori sono molto partecipati. C’è una Tradizione che si tramanda: resta un senso di appartenenza”. A seguire Lissone (Monza). Di quest’ultimo decanato è parte Biassono, 12.264 anime, da cui sono usciti tre presbiteri negli ultimi dieci anni. Dopo Lissone, ci sono Azzate, Gallarate (Varese) e Villoresi (Rho). Chiudono la top ten Missaglia in provincia di Lecco (don Castagna è stato viceparroco a Casatenovo e a questo proposito conferma quanto detto per Giussano) e Bresso (Sesto San Giovanni). Melegnano è l’unica zona pastorale – Milano esclusa per quanto scritto sopra – a non avere decanati tra i dieci migliori.

La top ten dei decanati. Dall’alto verso il basso i più prodighi di nuovi preti

Monza e Rho fuori dalla flop ten – Sono otto invece i decanati in cui non ci sono state vocazioni negli ultimi 10 anni. Il più popoloso è quello di Cernusco sul Naviglio (Sesto San Giovanni) che ha una popolazione di quasi 150.000 unità. “È controintuitivo: talvolta sono più ‘fertili’ le zone con parrocchie più ampie. Ma in questa classifica diversi piccoli centri sono ai primi posti”. Sopra i 50.000 residenti, non hanno invece preti Melegnano (che dà il nome alla zona pastorale) e Treviglio. Anche da Luino non è partita nessuna macchina per Venegono Inferiore. Più piccoli (meno di 30.000 abitanti) gli ultimi quattro decanati senza vocazioni: Brivio, Asso, Porlezza e Alto Lario. Don Castagna indica alcuni motivi per i pochi sacerdoti presenti a Luino e Porlezza: “Sono realtà molto periferiche e difficili. Per questo non sono molto note per essere floride di vocazioni. Anche se c’è un seminarista attualmente in seconda Teologia che proviene da Luino”. Un solo prete è invece uscito dai decanati di Paderno Dugnano (Sesto San Giovanni) e Rozzano (Melegnano). Pur restando fuori dalla flop ten, superano gli 80.000 residenti per sacerdote anche Trezzo sull’Adda (Melegnano) e Sesto San Giovanni. Monza e Rho sono le uniche due zone pastorali – Milano esclusa per quanto scritto sopra – ad avere almeno un presbitero per decanato. E non sono quindi presenti nella flop ten. 

Da dove nasce una vocazione – Ma quali sono gli elementi che possono portare alle vocazioni? “L’interpretazione dei dati è difficile perché fondamentale nella decisione è la libertà umana posta in rapporto al mistero della vita”. Ma don Castagna può abbozzare una spiegazione essendo stato per quattro anni Pro Rettore della Comunità del primo Biennio del seminario: “Contano diversi fattori. Anche se in nove casi su dieci i nuovi entrati hanno vissuto la parrocchia e l’oratorio. Se si semina tanto, qui e là sorge qualche buon frutto”. Un altro aspetto che conta è l’identificazione in un altro sacerdote: “Una volta si diceva che le vocazioni sono come le ciliegie: una tira l’altra”, racconta don Castagna. “Di fronte a un tessuto sociale più scristianizzato, la testimonianza di un presbitero diventa ancora più importante”.

P.S. Ringrazio Don Valentino Venezia per avermi fornito alcuni dati per la redazione di questo articolo.

“Carlo Maria Martini aveva una superiorità annunciata, mai esibita”.

— Cesare Chiericati

La guerra di (San) Pietro. Canonici non ammessi e Messe in Latino nascoste. Cosa sta succedendo?

I canonici non sono potuti entrare nella basilica a recitare il rosario con il Papa. E a marzo una lettera della Segreteria di Stato aveva causato diverse polemiche con i conservatori

Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Dove c’è Pietro, lì c’è la Chiesa. Il motto di sant’Ambrogio può creare un nesso tra la divisione dentro la Chiesa e quella all’interno della basilica più importante. Non mancano i contrasti nella Cristianità. In Germania, dove il 10 maggio decine di sacerdoti benediranno pubblicamente “centinaia di coppie omosessuali” replicando al Responsum della Congregazione per la Dottrina della Fede. O negli Stati Uniti, dove a giugno la Conferenza episcopale esaminerà il tema della Comunione. E potrebbe finire per discutere dell’opportunità di darla al presidente degli Stati Uniti Joe Biden, cattolico ma a favore della libertà di scelta sull’aborto (ne parlavo qui) Ma se Atene piange, Sparta non ride. E così anche la basilica di San Pietro vive profonde divisioni.

“Io non posso entrare” – Il primo maggio Papa Francesco vi ha recitato il rosario per far terminare la pandemia. Ma i canonici non hanno potuto entrare nella basilica per ordini superiori. Secondo quanto riporta la vaticanista de Il Messaggero Franca Giansoldati, i sacerdoti che hanno il compito di pregare la liturgia delle ore sembrano essere finiti del mirino del Papa.

La polemica sulle Messe – Proprio i canonici erano stati oggetto di una lettera della Segreteria di Stato ad inizio marzo. La Terza Loggia guidata da Pietro Parolin vietava infatti di celebrare Messe individuali in basilica a questi sacerdoti e a quelli in visita a Roma. Ma non era la decisione che aveva scatenato più polemiche. Nello stesso documento, venivano confinate le Messe con il rito straordinario (le celebrazioni in latino) nelle Grotte vaticane. Una scelta che aveva causato polemiche per la forma e il merito della decisione. In particolare, cinque cardinali – Burke, Brandmuller, Mueller e Sarahsi erano lamentati. E il primo aveva sottolineato “l’incompetenza della Segreteria di Stato in materia”. Anche la tempistica della decisione sembra sospetta: era arrivata infatti dopo le dimissioni per età dell’arciprete di San Pietro da 16 anni Angelo Comastri. E mentre la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti è priva della sua guida dopo il pensionamento del cardinal Robert Sarah.

La pace difficile – Papa Francesco è considerato un punto di riferimento per la pace mondiale. Tanto che il presidente ucraino Volodomir Zelensky ha proposto al suo omologo Vladimir Putin di recarsi in Vaticano per negoziare una pace nel Donbass, la regione dove è in corso una guerra civile fomentata anche dall’appoggio russo ai separatisti. Ma la mediazione del Papa e quella del nuovo arciprete di San Pietro, il francescano Mauro Gambetti, saranno necessarie anche dentro le mura leonine. Anche perché il 3 maggio riaprono i Musei Vaticani. E Roma tornerà ad accogliere fedeli da tutto il mondo.

CITAZIONE DEL GIORNO

“Se vuoi la pace, prepara la guerra”

— Publio Vegezio Renato

Via Crucis del Venerdì Santo, Papa Francesco dà spazio ai laici. Stop ai cardinali

Per il quinto anno consecutivo la meditazione non sarà curata da un vescovo. Benedetto XVI scelse quattro porporati su sette

In tre degli ultimi quattro anni sono stati i laici i protagonisti delle via Crucis del Venerdì Santo presiedute da Papa Francesco. Dagli adolescenti del liceo classico “Pilo Albertelli” di Roma (nel 2018) agli ospiti e ai lavoratori del carcere “Due Palazzi” di Padova (nel 2020). Fino agli scout (quest’anno).

I protagonisti del 2021 – Per la seconda Via Crucis consecutiva in piazza San Pietro (non al Colosseo), il pontefice ha infatti scelto di affidare le meditazioni al Gruppo Scout Agesci “Foligno I” e alla parrocchia romana Santi Martiri di Uganda (non lontana dal complesso dell’E.U.R.). Nel primo caso, si tratta di 145 ragazzi tra gli 8 e i 19 anni parte di un’organizzazione che aveva già incontrato Francesco in un incontro riservato nel 2015. Ad occuparsi delle altre meditazioni è stato don Luigi D’Errico, referente della diocesi di Roma per la pastorale per le persone con disabilità e premiato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella a fine 2020.

La Via Crucis del 10 aprile 2020

L’unico cardinale? Bassetti – Per il quinto anno consecutivo il cammino di Gesù Cristo dalla Torre Antonia (dove fu “giudicato”) al monte Golgota non sarà accompagnato dalle meditazioni di un vescovo. Per scrivere queste, Bergoglio ha invece dato ampio spazio ai gruppi di laici. Anche se ci sono stati cinque autori che hanno fatto da soli: due donne e tre uomini. L’ultimo e l’unico cardinale? Gualtiero Bassetti nel 2016.

Con Benedetto XVI 4 cardinali su 7 – Un altro presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Camillo Ruini, fu la voce della Via Crucis del 2010. Ruini è stato uno dei cardinali che hanno accompagnato quattro delle sette Via Crucis presiedute da Papa Benedetto XVI. Lo stesso Ratzinger scrisse le meditazioni per la Via Crucis del 25 marzo 2005, l’ultima di Giovanni Paolo II. Meno di un mese dopo sarebbe stato eletto pontefice.

CITAZIONE DEL GIORNO:

“In una gerarchia, ogni dipendente tende a salire di grado fino al proprio livello di incompetenza”.

— Laurence Johnston Peter

Lorenzo Fioramonti, il Vaticano “perdona” l’ex ministro che non vuole il Crocifisso a scuola

Un rapporto sul ruolo delle donne durante la pandemia di un dicastero voluto da Papa Francesco cita con evidenza un articolo dell’ex ministro e di altri ricercatori. Quattro di loro sostengono però che la parità di genere si raggiunga anche con il diritto all’aborto

Il Vaticano “perdona” Lorenzo Fioramonti. Uno studio dell’ex ministro dell’Istruzione viene infatti citato nel rapporto sul ruolo delle donne durante la pandemia redatto dalla Commissione Covid-19 voluta da Papa Francesco all’interno del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano Integrale da lui istituito. L’Ansa cita addirittura il paper di Fioramonti nel titolo dell’articolo dedicato alla pubblicazione. Gli “storici steccati tra cattolici e laici sembrano essere così abbattuti dal Vaticano, nonostante le posizioni esplicite del deputato ecologista a favore dell’aborto, visto come una condizione necessaria per la parità di genere. La Santa Sede così ricuce in parte anche la frattura formatasi tra l’ex Movimento 5 Stelle e la Conferenza episcopale italiana sul Crocifisso nelle classi.

Il rapporto “Donne nella crisi” – “Donne nella crisi del Covid-19. Colpite in modo sproporzionato e protagoniste di una rinascita”, questo il titolo del rapporto redatto dalla Commissione vaticana Covid-19 voluta da Papa Francesco che si analizza “le sfide socio-economiche e culturali del futuro” e propone “delle linee guida per affrontarle”. Il testo vuole “porre l’attenzione alle esperienze e alle lotte delle donne così che possano partecipare pienamente e prosperare nella rigenerazione di sistemi umani e nella creazione di nuovi modelli di sviluppo più rispettosi delle persone e della Terra“. Questo think tank opera principalmente all’interno del Dicastero vaticano per il Servizio dello Sviluppo umano Integrale, istituito nel 2016 da Bergoglio per occuparsi di “migrazioni, bisognosi, ammalati e esclusi, emarginati e vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, carcerati, disoccupati e vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura”.

Il paper di Fioramonti e qualche contraddizione – Lo studio si basa principalmente su documenti di organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite. Tra i pochi paper di singoli studiosi che si trovano linkati, c’è un articolo dal titolo “Le donne al potere: la leadership femminile e le conseguenze sulla salute pubblica durante la pandemia da Covid-19”. Concentrandosi sulla prima ondata pandemica, questi professori vogliono dimostrare che “i paesi guidati dalle donne se la sono passata generalmente meglio che quelli governati dagli uomini considerando una vasta gamma di parametri”. Lo studio presenta anche qualche contraddizione interna; ad esempio, sostiene di escludere i Paesi che non hanno avuto un lockdown ma poi considera lo stesso la Svezia guidata da un uomo e (quindi?) modello negativo. E soprattutto è stato pubblicato a luglio: non considera né la seconda ondata né tantomeno la campagna vaccinale in cui l’Unione Europea ha fin qui avuto una pessima performance, come ha sottolineato anche Politico Europe, il giornale più affidabile su questo tema. Nonostante la Commissione sia guidata da Ursula von der Leyen e la negoziatrice con le case farmaceutiche sia stata Sandra Gallina: due donne.

Femminismo o diritto all’aborto? – La tesi di questi ricercatori viene ripresa dal documento vaticano e diventa addirittura il titolo dell’articolo dell’Ansa che lo riprende. Quattro degli autori di questo paper sembrano però avere una concezione femminista un po’ diversa da quella della Chiesa Cattolica. Lorenzo Fioramonti, Robert Costanza, Ida Kubiszewski, Hunter Lovins hanno infatti firmato un paper pubblicato il 13 febbraio 2017 dal titolo “La crisi può innescare una transizione” (ecologica). Nel primo capoverso, viene attaccato il presidente americano Donald Trump sostenendo che “la sua idea di ‘America great again’ sembra privilegiare i diritti degli uomini su quelli delle donne”. A testimonianza di ciò, viene citato il suo decreto legato alla cosiddetta Mexico City policy che vieta alle organizzazioni non governative straniere di praticare o promuovere l’aborto per poter ricevere i fondi federali per la pianificazione familiare. Un atto politico fatto da tutti i presidenti repubblicani da Ronald Reagan e revocato da tutti i democratici, incluso il cattolico Joe Biden.(come avevo spiegato qui). Per l’ex deputato del Movimento 5 Stelle e per gli altri studiosi citati dal dicastero Vaticano, combattere l’aborto significa mettere in secondo piano i diritti delle donne. E questa opinione contrasta con la dottrina cattolica.

Lo scontro sul Crocifisso a scuola – Lorenzo Fioramonti si era già scontrato con la Chiesa italiana quando nel 2019 a Un giorno da pecora aveva dichiarato da ministro dell’Istruzione: “Credo in una scuola laica, ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esponendo un simbolo in particolare”. A questa esternazione strappata dal conduttore Giorgio Lauro, aveva replicato il segretario generale della Conferenza episcopale italiana Stefano Russo che aveva citato una sentenza della Corte Costituzionale e una della Grand Chambre (una sorta di appello) della Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo: “Hanno dato una lettura positiva e non ristrettiva della laicità: il Crocifisso non è un simbolo discriminatorio, ma richiama valori civilmente rilevanti. Come non pensare alla nostra cultura che è intrisa di Cristianesimo e anche di ciò che ne è scaturito in termini di accoglienza e di integrazione? Il Crocifisso nelle aule scolastiche ha, dunque, una funzione simbolica, altamente educativa, a prescindere dalla religione professata da docenti e alunni”. Si badi bene, lo scontro era stato con i vescovi italiani e non con i dicasteri vaticani. Una dicotomia tra vescovi e Oltretevere già vista ad esempio negli Stati Uniti dopo l’elezione di Joe Biden (come spiego qui).

La replica – Il dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, contattato attraverso la sua segreteria, mi aveva promesso una risposta. Che non è (ancora) arrivata. Se verrò contattato la pubblicherò, ovviamente.

CITAZIONE DEL GIORNO:

“La diversità dei sessi rientra nella perfezione della natura umana”

— Tommaso d’Aquino